«Avete la bontà, io vi sono riconoscente». Sono parole che il boss del clan D’Alessandro Paolo Carolei pronuncia ad un secondino che durante la sua detenzione nel carcere di Catanzaro gli aveva f...
«Avete la bontà, io vi sono riconoscente». Sono parole che il boss del clan D’Alessandro Paolo Carolei pronuncia ad un secondino che durante la sua detenzione nel carcere di Catanzaro gli aveva fatto arrivare dei pacchi contenenti dei beni proibiti all’interno della casa circondariale. Siamo a Catanzaro Lido, non molto distante dal capoluogo calabrese, in un noto hotel della località balneare. Nella hall della struttura si danno appuntamento tre soggetti: uno è appunto il boss Paolo Carolei, uscito da poco nel carcere, l’altro un suo fedelissimo, lo stabiese Leopoldo D’Oriano, 54 anni, e il terzo un’agente della polizia penitenziaria impiegato nel carcere di Catanzaro, Domenico Sacco, 58 anni. I tre si siedono e discutano non sapendo di essere intercettati dai carabinieri che stavano ormai da mesi ricostruendo la rete di corruzione che viveva all’interno del carcere. Un incontro di cortesia perché mesi prima Sacco si era messo a disposizione del boss e di D’Oriano per fargli arrivare in cella dei pacchi contenenti dei beni illegali. Dopo qualche chiacchiera arriva la stretta di mano: il boss Carolei esprime la sua gratitudine, Sacco, secondo l’accusa, si mette a sua disposizione chiedendo soldi in cambio per far arrivare in cella dei pacchi ad un altro soggetto che con Carolei ha condiviso lo stesso settore a Catanzaro, quello della massima sicurezza. Parliamo di Giovanni Iapicca, esponente di spicco del clan Gionta di Torre Annunziata e killer ergastolano con un passato al 41 bis. I due non sono indagati nell’inchiesta «Open gates» dove invece figurano, con accuse pesantissime, Sacco e D’oriano, entrambi a processo con rito abbreviato con il procedimento che si sta tenendo al tribunale di Catanzaro.
L’indagine L’inchiesta condotta dalla Dda di Catanzaro- sostituti procuratori Veronica Calcagno e Anna Chiara Reale- ha ricostruito l’esistenza di due associazioni parallele- una dedita al traffico di droga, l’altra per fare entrare in carcere cellulari e sim- dirette da Bruno Bartolomeo, noto pregiudicato della mala calabrese, che con l’aiuto della compagna ed altri fedelissimi- Riccardo Gaglianese e Pierpaolo Tormento detenuti nel carcere- era riuscito a creare una rete per un business che fruttava decine di migliaia di euro al mese. Secondo l’accusa, Bartolomeo riusciva a far entrare nel carcere di Catanzaro, corrompendo i funzionari e le guardie carcerarie, droga, sim, e telefoni facendosi pagare dai detenuti profumatamente. Un sistema molto complesso, creato soprattutto grazie ai contatti criminali maturati da Bartolomeo nel corso degli anni. C’era chi si occupava della fornitura di crack, cocaina e marijuana- il narcos Domenico Cicero- chi teneva la contabilità, e chi invece di avere i rapporti con i parenti dei detenuti e dei loro avvocati per fare entrare il tutto nel carcere. Merce che, secondo l’accusa, veniva consegnata durante i colloqui o attraverso le guardie carcerarie impiegate nella casa circondariale. Poi, all’interno dell’organizzazione criminale, «lavoravano» anche dei detenuti, principalmente quelli rinchiusi nelle aree di massima sicurezza dove sono detenuti i soggetti ritenuti più pericolosi e generalmente affiliati a mafia, camorra e ‘Ndrangheta. Un sistema che faceva insomma comodo a tutti: a membri dell’organizzazione di Bartolomeo, ai funzionari e alle guardie carcerarie corrotte e ai clan che riuscivano a mantenere i contatti con i propri affiliati.
L’alleanza tra i Gionta e i D’Alessandro
OIn questo clima di corruzione, ma esternamente all’associazione criminale fondata da Bartolomeo, anche il boss Paolo Carolei e il killer Giovanni Iapicca sono riusciti a «giovare» dei servigi delle guardie carcerarie corrotte. Secondo l’accusa i due- non sono indagati- avrebbero ricevuto dei pacchi conteneteti beni proibiti grazie all’aiuto di un fedelissimo di Carolei e dell’agente di polizia penitenziaria Domenico Sacco. I due rispondono di concorso esterno ad associazione a delinquere di stampo mafioso. Sacco, in particolare, per l’accusa avrebbe avuto«un contributo concreto. specifico e volontario per la conservazione e il rafforzamento delle capacità operative del clan Gionta e D’Alessandro, tra loro alleati». I due hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato. Ieri al tribunale di Catanzaro si è tenuta la requisitoria con la Dda che ha chiesto per Sacco e D’Oriano rispettivamente 14 e 8 anni di carcere. Insieme a loro c’erano altri 20 indagati per cui sono stati chieste pene dai 2 a ai 20 anni di cella. Gli altri 58 indagati hanno scelto di essere giudicati con il rito ordinario.