Funzionari dello Stato e guardie carcerarie corrotte per far arrivare pacchi, droga e cellulari, agli affiliati e ai boss del clan D’Alessandro in cambio di auto nuove e cene pagate nei ristoranti d...
Funzionari dello Stato e guardie carcerarie corrotte per far arrivare pacchi, droga e cellulari, agli affiliati e ai boss del clan D’Alessandro in cambio di auto nuove e cene pagate nei ristoranti di lusso. E’ quello che emerge da una maxi inchiesta condotta dalla Dda di Catanzaro- sostituti procuratori Veronica Calcagno e Anna Chiara Reale- che nei mesi scorsi ha portato all’arresto di 78 persone accusate a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, corruzione, falso ideologico, e reati per droga e per concorso esterno ad associazione a delinquere. Un’indagine che ha ricostruito l’intera rete della corruzione e dei traffici illeciti che si tenevano all’interno della casa circondariale di Catanzaro dove è stato detenuto per un certo periodo anche il boss Paolo Carolei, ritenuto dalla Dda partenopea ai vertici del clan D’Alessandro, la cosca che da quasi mezzo secolo detiene gli affari criminali a Castellammare di Stabia. Un dettaglio non da poco visto che il boss-non indagato- avrebbe ricevuto per il tramite di una guardia carceraria corrotta e un suo fedelissimo dei pacchi che avrebbero «allietato» la sua permanenza dietro le sbarre. L’inchiesta condotta dalla Dda di Catanzaro ha ricostruito l’esistenza di due associazioni parallele dirette da Bruno Bartolomeo, noto pregiudicato della mala calabrese, che con l’aiuto della compagna ed altri fedelissimi- Riccardo Gaglianese e Pierpaolo Tormento detenuti nel carcere- era riuscito a creare una rete per un business che fruttava decine di migliaia di euro al mese. Secondo l’accusa, Bartolomeo riusciva a far entrare nel carcere di Catanzaro, corrompendo i funzionari e le guardie carcerarie, droga, sim, e telefoni facendosi pagare profumatamente. Un sistema molto complesso, creato soprattutto grazie ai contatti criminali maturati da Bartolomeo nel corso degli anni. C’era chi si occupava della fornitura di crack, cocaina e marijuana- il narcos Domenico Cicero- chi teneva la contabilità, e chi invece di avere i rapporti con i parenti dei detenuti e dei loro avvocati per fare entrare il tutto nel carcere. Merce che, secondo l’accusa, veniva consegnata durante i colloqui o attraverso le guardie carcerarie impiegate nella casa circondariale. Poi, all’interno dell’organizzazione criminale, «lavoravano» anche dei detenuti, principalmente quelli rinchiusi nelle aree di massima sicurezza dove sono detenuti i soggetti ritenuti più pericolosi e generalmente affiliati a mafia, camorra e ‘Ndrangheta. Un sistema che faceva insomma comodo a tutti: a membri dell’organizzazione di Bartolomeo, ai funzionari e alle guardie carcerarie corrotte e ai clan che riuscivano a mantenere i contatti con i propri affiliati. E in questo clima di corruzione il boss Paolo Carolei- esternamente all’associazione messa in piedi da Bartolomeo- riusciva ad ottenere dei pacchi in carcere. In particolare, secondo l’accusa, un suo fedelissimo, lo stabiese Leopoldo D’Oriano, 54 anni, per il tramite di una guardia carceraria impiegata nella casa circondariale di Catanzaro, Domenico Sacco, 58 anni, sarebbe riuscito a far recapitare dei pacchi al boss Paolo Carolei. Sacco e D’Oriano (sono a processo con rito abbreviato)rispondono dei reati di corruzione e concorso esterno ad associazione a delinquere di stampo mafioso, “per aver favorito le attività del clan D’Alessandro”. Secondo l’accusa D’Oriano avrebbe convinto Sacco promettendogli in cambio una nuova macchina e delle cene pagate in un ristorante. Paolo Carolei, uscito poi dal carcere nel 2022, insieme a D’Oriano, avrebbe poi incontrato Somma in un hotel a Catanzaro per ringraziarlo: «Sacco, avete la bontà, io sono riconoscente», le parole del boss al secondino corrotto al suo servizio.