Enzo Maraio, la sfida del Psi è ripartita dal congresso di Napoli che l’ha riconsacrata segretario nazionale.
«E’ una conferma che mi inorgoglisce ma soprattutto è stato un congresso-svolta. Siamo partiti dalla disfatta del 2022 e abbiamo ricostruito un clima di entusiasmo travolgente con oltre 14mila iscritti. Siamo ripartiti Napoli, che è la capitale del Mezzogiorno, perché vogliamo che la politica riaccenda i riflettori su un Sud bistrattato dal governo e che va rilanciato con tutte le sue potenzialità».
I congressi sono fondamentali: per la democrazia e per i partiti stessi. La politica deve tornare ad essere strumento di confronto e motore di idee, è possibile?
«Viviamo una crisi di rappresentanza frutto della distruzione del sistema dei partiti iniziato nel ’92 con la fine della prima Repubblica. Da allora la democrazia ha iniziato a vacillare ed è venuta meno la formazione politica. Sull’altare del populismo abbiamo sacrificato formazione e competenze e lo vediamo in Parlamento. I congressi dei partiti sono una cura, servono alla vita democratica del Paese, aiutano a selezionare la classe dirigente, tutelano i diritti dei cittadini e promuovono il confronto».
E al vostro congresso il confronto c’è stato?
«C’è stato ed è stato produttivo. Hanno partecipato i leader nazionali del centrosinistra e questo, oltre ad essere stato un segnale di apertura, è la dimostrazione che c’è voglia di unità nel centrosinistra. Il Psi ha avuto la capacità di mettere intorno a un tavolo tutti i leader di un’area che deve trovare compattezza per essere alternativa di governo».
Nei fatti è una sfida ardua.
«Se vogliamo costruire un centrosinistra unito e plurale che sia alternativo, competitivo e credibile bisogna smetterla di fossilizzarci sulle etichette. Campo largo o no, la gente ha bisogno di ascoltare confronti seri su temi cruciali per il Paese, dalla scuola alla sanità, fino alla sicurezza, che non può essere un tema lasciato alle destre. Cittadini e giovani chiedono una prospettiva nuova. Dobbiamo essere una sinistra nuova: non solo dei diritti ma anche dei doveri».
Restiamo sul Psi: cos’è oggi?
«E’ un progetto fortemente identitario e autonomista, direi romanticamente vintage. Tanto per dirne una: siamo l’unica realtà che edita un giornale di partito. Non è un cedimento alla nostalgia ma è voglia di guardare al futuro. Il garofano rosso comparirà fieramente sulle schede elettorali. Il lavoro che abbiamo fatto è fondato sulle idee, sulle proposte, sui progetti, pian piano ci stiamo radicando nuovamente nei territori, stiamo rispolverando una storia straordinaria. E la nostra storia è anche Bettino Craxi, un leader della sinistra italiana ed europea le cui idee sono ancora attuali».
E all’ex segretario rimanda anche la sua immagine coi garofani rossi stretti nella pugno destro al congresso di Napoli.
«Certo. E a lui rimanda anche l’immagine della tessera di partito del 2025. Ripeto, non è nostalgia, crediamo sia utile a tutta la sinistra rivisitare e approfondire la storia senza partigianeria».
Crede che siano maturi i tempi?
«Sì, se rigettiamo il fascino del populismo, che ha determinato una deriva giustizialista, politica e ideologica fino a creare l’etichetta assurda di “politica-uguale-corruzione”. Se andiamo oltre allora possiamo costruire il futuro».
E la ricostruzione passa per la soluzione di una miriade di emergenze.
«L’Istat dice che perdiamo potere d’acquisto, le famiglie le imprese soffrono, eppure c’è un governo che racconta di indicatori positivi. Dobbiamo rilanciare una stagione nuova e il ruolo del Psi nella politica italiana è centrale perché centrale è la nostra anima riformista. Abbiamo noi la responsabilità di costruire nel centrosinistra l’area dei riformisti perché senza il centrosinistra non è vincente. Per esempio, nel congresso abbiamo lanciato una provocazione che è pure un obiettivo: il dialogo con il mondo cattolico è necessario, dobbiamo essere alternativa di governo non alternativa gruppettara o di piazza».
Questo presuppone un confronto responsabile e serrato e non demagogico.
«Significa confrontarsi sui temi. Per esempio sulla scuola pubblica: si prevede di tagliare 2mila istituti su 8mila in Italia e questo significa impoverire il Paese, togliere in alcuni territorio l’unico luogo dove ancora si costruisce la socialità dei giovani. La sanità pubblica, altro esempio, va anche peggio: il centrodestra continua a tagliarla per favorire i privata e il risultato è che 4 milioni e mezzo di italiani, molti al sud, rinunciano a curarsi. Dobbiamo aprire gli occhi: le disuguaglianze aumentano e questo significa che la battaglia per la giustizia ha bisogno degli ideali socialisti».
Però queste battaglie non si combattono con gli slogan acchiappa-clic sui social. Con la contrapposizione da stadio. Non è nella contrapposizione tra bianco e nero che si trovano le soluzioni, ma nelle sfumature
«Sottoscrivo in pieno questa suggestione, la politica deve cambiare narrazione: basta andare per slogan, basta polarizzazione del dibattito, basta linguaggio becero. Serve il confronto, l’approfondimento, l’analisi, la conoscenza dei problemi. I riformisti devono ambire ad analizzare il presente per cambiarlo gradualmente in meglio. Si possono avere visioni diverse ma obiettivi comuni».
A proposito di visioni diverse: la riforma costituzionale della giustizia vi pone in antitesi con il Pd. Voi siete perché passi, come svolta garantista.
«Io ho sempre contestato al centrosinistra la deriva giustizialista. Noi siamo per il garantismo, che non significa impunità per chi commettete reati ma significa sistema di garanzie e di tutele. Vede, mille persone all’anno subiscono torti giudiziari, e questo non va bene. Pietro Nenni diceva che a fare la gara ad essere puri c’è sempre qualcuno più puro che ti epura».
E a proposito di giustizialismo: in un convegno organizzato durante il congresso del Psi, Nicola Quatrano, ex magistrato di Manipulite, ha ammesso che Tangentopoli è stata anche una battaglia politica.
«Quatrano ha ragione e ha avuto l’onestà intellettuale di riconoscerlo. Il tema va approfondito ed è venuto il tempo di rileggere quella fase storica se vogliamo riscrivere il futuro senza commettere gli stessi errori. Tangentopoli ha colpito la politica ma non solo. Non è stata solo una battaglia giudiziaria contro i finanziamenti illeciti e la corruzione. La magistratura è stata anche uno strumento. Ci saranno state volontà e pressioni dall’esterno del nostro Paese perché ricordiamocelo, quella era l’Italia di Sigonella, l’Italia nella quale Craxi diceva: in Italia comandano gli italiani. E c’è un altro aspetto: Tangentopoli ha liquidato buona parte di quella classe dirigente ma non ha migliorando il corso della storia, anzi è stata l’inizio della fine. Con la distruzione dei partiti, le quinte linee della politica sono state catapultate alla ribalta ed è stato lo sfascio, la stura al populismo e all’antitesi della politica».
A proposito di futuro: corriamo verso le Regionali in Campania. Cosa accadrà?
«Noi auspichiamo l’unità di un centrosinistra plurale, e al congresso Pd e M5S hanno condiviso il nostro stesso desiderio. Il Psi ha due totem: il modello amministrativo del Comune di Napoli governato da Gaetano Manfredi, che tiene tutti dentro, e il riconoscimento dei dieci anni di buon governo di Vincenzo De Luca in Regione. Attendiamo il 9 aprile il verdetto sul terzo mandato poi vedremo. In ogni caso, il Psi punta ad eleggere tre consiglieri regionali».
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