Ercolano. La droga veniva indicata con termini comuni, in modo da sfuggire a eventuali intercettazioni telefoniche. Ma dalle “ricariche” alle “giacche” passando per le “pizze” e il “caffé” il significato era uno e univoco: carichi di hashish e marijuana per rifornire le piazze dell’area vesuviana fino alla penisola sorrentina. Si trovava nel cuore della città degli Scavi la centrale operativa dell’organizzazione criminale scoperta e smantellata dai carabinieri della compagnia di Torre del Greco al termine di un’articolata attività di indagine coordinata dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli: 13 sono gli indagati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Nicoletta Campanaro del tribunale di Napoli e arrestati durante il blitz eseguito all’alba dai militari dell’Arma. Decine gli uomini in divisa impegnati nell’operazione.
Cinquecento reati
Gli indagati sono tutti gravemente indiziati per associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti nonché per i reati di detenzione e spaccio di vari tipi di droga. Stando agli atti d’indagine, gli investigatori hanno documentato circa 500 episodi di spaccio con una rete logistica che partiva da Ercolano e Portici e si estendeva fino a Napoli e alla penisola Sorrentina: vere e proprie «cooperative dello spaccio» di hashish, ma non solo. Perché la holding finita sotto i riflettori degli uomini in divisa si occupava anche dello smercio di crack, marijuana e cocaina destinata – in larga parte – a facoltosi professionisti con il vizietto della droga. Quattordici, in tutto, le piazze azzerate dai carabinieri.
La genesi dell’inchiesta
Le indagini sono nate in seguito all’arresto di Ciro Sannino – in manette e a oggi detenuto – perché trovato in possesso di armi e droga. Gli investigatori hanno ipotizzato che l’uomo fosse solo il ‘depositario’ delle armi e della droga e hanno dato il via alle indagini. Risalendo lungo il filo rosso dei contatti dell’uomo – attraverso le intercettazioni dei colloqui in carcere e dall’analisi dei cellulari dello stesso Ciro Sannino – gli investigatori hanno trasformato i dubbi iniziali in certezze, portando alla luce i responsabili della ripresa del business-droga lungo i vicoli di Ercolano e non solo.
Le regìa della camorra
Secondo lo schema ricostruito dagli uomini in divisa, a guidare l’organizzazione criminale c’era Raffaele Bifolco – 48 anni, volto già noto alle forze dell’ordine del territorio – ritenuto legato al clan Ascione-Papale, la consorteria camorristica in guerra con il clan Iacomino-Birra per il controllo delle attività criminali all’ombra del Vesuvio. L’uomo, secondo le accuse, avrebbe gestito l’affare-spaccio insieme a quattro fedelissimi complici tra cui il fratello Ciro Bifolco e il complice Carlo De Maio con la moglie Assunta Scognamiglio. Entrambi – così come Mario Cozzolino, pure ritenuto tra i vertici della gang – sono stati raggiunti dal mandato di arresto e dovranno rispondere al gip Nicoletta Campanaro dei propri traffici. Nessuna misura restrittiva, invece, per la moglie di Raffaele Bifolco pure citata in diverse pagine dell’ordinanza di custodia cautelare per la sua «versatilità nelle funzioni all’interno dell’organizzazione criminale». Il gruppo aveva organizzato “singole cellule” per spacciare, ognuna con mansioni differenti. In alcune circostanze, invece, la piazza di spaccio era “itinerante” dopo aver preso contatti telefonici con i clienti.
La rete di spaccio
La holding della droga aveva una struttura e una serie di ruoli chiari e definiti a partire dai corrieri fino ai custodi delle sostanze stupefacenti, passando per i referenti di zona e i gestori delle varie piazze di spaccio. Il ruolo di contabile della gang era ricoperto da una donna di 47 anni, incaricata di calcolare entrate e uscite della holding dopo l’arresto del suo compagno-pusher. La sua attenzione nell’assicurare il recupero di debiti contratti dagli spacciatori per l’acquisto di droga ha attirato l’attenzione degli investigatori.
Linguaggio criptico
Uno degli elementi capaci di blindare a lungo l’organizzazione è stato il ricorso a un linguaggio criptico e in codice per sfuggire a eventuali intercettazioni telefoniche o ambientali. Gli indagati si scambiavano riferimenti a sostanze stupefacenti con termini comuni, come “ricariche”, “giacche”, “scarpe”, “pizze” e “caffé”. Utilizzavano frasi per comunicare la presenza di clienti in attesa di droga, riferendosi a queste persone come “appiedate” in cerca di un passaggio, per dirla in modo semplice e non sospetto. Una serie di “precauzione” insufficienti a fermare le indagini della direzione distrettuale antimafia, ora culminata con 13 arresti tra Ercolano e la penisola sorrentina.
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