Business dei migranti, chiesto il processo per 50 indagati. Il giudice per le indagini preliminari ha convocato l’udienza preliminare per il prossimo marzo. Giorno in cui verranno valutate le richieste di processo formulate dalla Procura Antimafia di Salerno per 50 soggetti accusati di essere coinvolti nell’affare dei permessi di soggiorno delle persone extracomunitarie e il riciclaggio dei soldi guadagnati lucrando sulla speranza dei disperati. Questa estate le 37 misure cautelari applicate furono confermate in sede di riesame. Una decisione, quest’ultima, che ha rafforzato la tesi dell’accusa su un’organizzazione capace di far arrivare sul territorio italiano migliaia di persone che non avrebbero potuto ottenere i permessi di soggiorno, ma erano disposte a pagare fino a 7mila euro per stabilizzarsi tra la Campania e la Basilicata. A dicembre però il primo colpo di scena con la scarcerazione di Gennaro e Francesco Solimene, assistiti dall’avvocato Francesco Romano, che erano agli arresti domiciliari. Ci guadagnavano un po’ tutti con l’arrivo dei migranti in Italia. I procacciatori che cercavano persone in Pakistan, India, Marocco, Tunisia e Bangladesh disposte a pagare fino a 7mila euro per ottenere il visto; i faccendieri che si occupavano di mettere in piedi società fantasma per farli assumere; i prestanome che s’intestavano le ditte dietro un compenso; i responsabili dei patronati che caricavano le domande per ottenere i nulla osta al loro arrivo; i commercialisti che si prestavano a preparare tutti i documenti necessari per le assunzioni fittizie; gli imprenditori che direttamente o indirettamente favorivano il riciclaggio dei soldi pagati dai migranti. L’inchiesta condotta dalla Procura di Salerno (pm Pietro Indinnimeo), ha portato all’arresto di 37 persone – sono 50 in tutto gli indagati -, in sostanza ha fatto luce su due gruppi i cui interessi s’intrecciavano. Il primo era guidato da Decimo Viola, un 46enne di Policoro che faceva base a Battipaglia, e si occupava di tutto ciò che occorreva per far arrivare i migranti in Italia (oltre 2.500 secondo gli investigatori), tenendo i rapporti con procacciatori, commercialisti, responsabili dei patronati e prestanome di circa una decina di ditte, tutte riconducibili a lui, ma nessuna realmente operativa. Il secondo gruppo, invece, era quello dedito al riciclaggio dei soldi ed era guidato da Ferdinando Cascone (55 anni) e suo figlio Catello (26 anni), entrambi stabiesi e titolari di un distributore di benzina in via Ponte Persica a Castellammare e di un altro a Pompei (aperto solo nel 2023). I Cascone erano riusciti a mettere in piedi una vera e propria rete di riciclaggio coinvolgendo piccoli e grandi imprenditori del territorio, che attraverso il sistema delle false fatture, per operazioni inesistenti, consentivano di ripulire i soldi. Il guadagno era garantito per tutti, anche perché con le false fatture si riusciva a risparmiare un bel po’ di tasse da versare allo Stato. Il sistema – secondo quanto ricostruito dagli investigatori – è nato così: Decimo Viola, attraverso un amico comune, si mette in contatto Ferdinando e Catello Cascone e gli propone di riciclare i soldi che lui guadagna con i migranti, ovviamente dietro il pagamento di una percentuale. I due stabiesi accettano e da quel momento cominciano gli affari. Viola porta i soldi in contanti e fatture false ai Cascone, che a loro volta provvedono a versare quel denaro in banca e poi a bonificarlo sui conti correnti delle ditte intestate ai prestanome di Viola. Un business scoperchiato l’estate scorsa dalla Dda di Salerno con l’indagine che ha già passato intatta il Tribunale del Riesame con le conferme delle 37 misure cautelari applicate.
CRONACA
31 gennaio 2025
Business sui migranti, 7mila euro per un permesso di soggiorno: alla sbarra 50 indagati